27 gennaio 2016 – Per non dimenticare

Campo di Flossemburg

Dal libro “ROM E SINTI Il genocidio dimenticato” di Carla Osella

DESTINAZIONE FLOSSEMBURG

“Dove sei? Dove sei.
Dimmi dove sei.
Dimmi, dove ti ha portato
questa grande guerra?”

Papusza

Il campo di Flossemburg è a circa 50 Km da Norimberga, ci sono pochi Km per arrivare nel territorio della Cecoslovacchia e oggi fa freddo anche se siamo in piena estate; ciò che colpisce immediatamente è il grande silenzio che emana da questo luogo e che avvertiamo ogni volta che entriamo in un lager, ma sessant’anni fa qui c’era ovunque la vita, anche se nel dolore. C’erano le urla degli abitanti, c’era la rabbia, c’era tutto meno che il silenzio. Ora questo silenzio parla di pace, pace nata dall’orrore della morte, è un silenzio diverso da quello che si può assaporare passeggiando in montagna o in un viottolo di campagna, è un silenzio sacro e viene il desiderio di abbassare la voce, di comunicare bisbigliando.
Il 4 maggio del 1938 è una data storica per il campo, perché vi entra il primo gruppo di detenuti, provenienti da Dacau.
Nel museo troviamo le notizie relative alla vita dei detenuti, alle attività svolte e ai principali avvenimenti successi.
All’inizio i nazisti avevano pensato di mantenerlo come un piccolo campo com’era nell’idea originaria, ma con l’arrivo di migliaia di deportati furono obbligati a cambiare modalità, infatti in seguito tra gli ingressi e i trasferimenti passarono da questo lager 110.000 persone, i morti documentati furono ben 30.000. I detenuti erano impegnati tutto il giorno a lavorare nelle cave di granito, non lontane dal campo. A loro erano evitati i lunghi tragitti che invece erano costretti a subire i detenuti in altri lager.
È un campo particolare, costruito dentro una valle, in cui si deve entrare se si vogliono visitare le grandi fosse dove sono stati seppelliti i martiri ed è necessario scendere un avallamento per arrivare alla sede dei forni crematori.
Molto particolare era la modalità con cui venivano “inviati” i corpi dei defunti per essere bruciati: venivano messi da altri detenuti in una specie di canaletto a scivolo, costruitto appositamente per ridurre i tempi di lavoro; in quel modo scendevano velocemente, venivano poi raccolti immediatamente dagli addetti ai forni che erano costretti a liberare in fretta lo scivolo, per evitare intasamenti con gli altri cadaveri che avrebbe ritardato la tabella di marcia.
I detenuti in seguito, oltre al lavoro nelle cave, vennero usati per costruire alcuni grossi capannoni per la produzione di materiale bellico.
In questo campo furono imprigionati alcuni personaggi famosi, tra cui Dietrich Bonhoeffer; questo giovane teologo protestante, conosciuto per le numerose pubblicazioni, venne impiccato nel 1945 per essersi opposto al regime nazista. Accanto alla sua lapide troviamo quella dell’ammiraglio Wilhem Canaris; qui vennero internati quasi tutti coloro che parteciparono al complotto contro Hitler il 20 luglio 1944. Insieme a loro fu detenuto l’ex cancelliere dell’Austria e alcuni reali, tra cui il principe di Baviera e il principe Filippo d’Assia.
In questo lager non c’erano camere a gas, ma c’era il crematorio dove i corpi venivano bruciati. Troviamo nel museo un messaggio di Himmler, capo delle SS e Ministro dell’Interno del Reich, il secondo uomo dopo Hitler a governare la Germania e il più coinvolto nella soluzione finale. Quando nel 1945 la sconfitta della Germania era ormai imminente il comandante del campo chiese a Himmler cosa fare se fossero arrivati gli Alleati. Il 28 aprile 1945 rispondeva: “se il campo dovesse essere confiscato dal nemico, nessun detenuto deve cadere vivo nelle loro mani“.