Fare l’educatore nel campo al tempo del coronavirus

con i bambini al campo

Quando il 24 febbraio il lunedì dopo carnevale le scuole non hanno più riaperto e lo scuolabus non sarebbe più passato nell’area  attrezzata a Torino, i ragazzini hanno tirato un sospiro di sollievo “ la scuola va in vacanza!!”.

I loro desideri erano di stare a casa senza impegni e giocare fino a tardi… e dormire senza l’incubo di alzarsi al mattino presto: stare a casa però non avrebbe significato niente scuola come loro pensavano. 

E’ così che nasce al campo una scuola a distanza che ha costretto genitori, alunni e docenti a cercare nuova modalità di “essere scuola”.

Nuovi stili di presenza con i giovani e nuovi linguaggi dai quali spesso gli adulti si allontanano come modalità che non li interessano.

 

La fatica di questa “nuova scuola” è stata sia sul versante delle famiglie che dei ragazzi (e anche degli insegnanti). I genitori infatti hanno poca dimestichezza con internet e le lezioni scolastiche, ma si è riusciti a coinvolgerli spiegando l’importanza di sostenere i loro figli in un momento di grandi ristrettezze e di paura generalizzata. I ragazzini, che per natura tendono a sfuggire agli impegni continuativi, avrebbero desiderato la libertà e il gioco, ma la curiosità del nuovo modo di far scuola attraverso il tablet e all’aperto ha coinvolto sia gli alunni iscritti all’anno scolastico sia i fratellini più piccoli.

 

Si sono avviate, anche se con tanta difficoltà, nuove prassi, certo con una certa lentezza dovuta ai processi dì attualizzazione dei tablet imprestati dalla scuola e dalla difficoltà di fare gli abbonamenti per internet (spesa non indifferente per famiglie indigenti). 

L’educatrice Aizo al campo è stata il filo rosso che ha legato gli studenti rom alla scuola e al progetto denominato “Rsc” gestito dal comune di Torino. E’ stata una presenza indispensabile e coraggiosa, ha infatti rischiato non poco continuando a sostenere l’impegno scolastico dei tanti ragazzi in lockdown presenti al campo, in un luogo non protetto dove nessuno porta mascherine perchè non ritenute indispensabili. Gli incontri e i collegamenti con la scuola sono avvenuti per lo più all’aperto con i ragazzi interessati, ma anche con tantissimi bambini curiosi che volevano vedere cosa i più grandi facevano, che se da una parte è definibile come un aspetto positivo dell’iniziativa scolastica in realtà è pericoloso perché crea i famosi assembramenti che aumentano la possibilità di diffusione del virus. L’educatrice  Aizo e i vari collaboratori, si sono mossi sempre con mascherina e guanti, rispettando le regole sanitarie previste, mantenendo l’impegno con i rom e il Comune di Torino attraverso non solo la costante presenza per l’aiuto scuola, ma anche con la distribuzione di aiuti alimentari, l’ascolto e il sostegno scolastico delle lezioni multimediali.